Scatola di vetro

Apro gli occhi e sono in una scatola di vetro. Mi trovo in questo contenitore grande quanto me, dalle pareti dure, spesse e trasparenti. Ho pochissimo spazio a disposizione per muovermi, riesco a malapena a spostare i piedi, la mia schiena è appoggiata contro la parete dietro di me, il mio addome sfiora quella davanti. I miei piedi appoggiano sulla lastra di vetro che chiude la scatola dal basso; la sommità della scatola è invece molto più alta di me, e pur allungando le mani verso l’alto non riesco a raggiungerla nemmeno con le punte delle dita.

Attraverso le pareti trasparenti capisco di trovarmi all’esterno, riconosco l’asfalto per terra e alcuni edifici intorno a me. Non passa molto tempo prima che io inizi ad accorgermi che alcune persone si stanno avvicinando a me, da tutti i lati. Prima sono tre o quattro, poi sempre di più. Qualcuno si porta vicino ma preferisce rimanere comunque in disparte e osservare da più lontano, altri invece hanno il coraggio di avvicinarsi alle pareti. Attraverso il vetro vedo tutte le immagini sfocate, ma inizio a notare con più nitidezza i tratti delle persone che si avvicinano. Li conosco tutti. Sono amici, parenti, conoscenti, persone che vedo sempre e altre che non vedo da una vita. Quelli  con cui ho avuto un rapporto poco significativo mi osservano stando in disparte, quelli più importanti per me si accostano sempre di più.

Attraverso i vetri sfocati noto una mano, il palmo di una persona che si appoggia alla superficie fredda e liscia. Riconoscerei quella mano ovunque, come potrei scambiarla per quella di qualcun altro? Istintivamente avvicino anche la mia, ma la ritraggo non appena sento il contatto con il vetro freddo. La mano però non si toglie, non si sposta. Resta appoggiata davanti a me, attendendo con pazienza. Il braccio, il torace, il corpo della persona a cui quella mano appartiene appaiono sfocati, ma la mano no, è l’unico particolare nitido nel mio campo visivo. 

Di colpo, il mio udito riprende a funzionare: inizio a sentire intorno a me suoni indistinti, voci confuse che pian piano si fanno più chiare. Inizio a comprendere ciò che dicono; alcuni sono dispiaciuti del fatto che io sia bloccata, ma alla fin fine la mia situazione non influisce sulla loro; altri mi rimproverano, dando a me la colpa di essere finita lì dentro senza neanche accorgermene. E poi ci sono pochissime voci, non più di una decina, che invece mi offrono sostegno. Che si radunano intorno a me cercando di darmi una mano, di trovare un sistema per farmi uscire di lì. Ma forse io non voglio uscire. Quando provo a rispondere, la mia voce esce attutita; non capiscono ciò che sto dicendo, non c’è modo di far loro capire cosa provo.

Qualcuno mi fa notare che sulla sommità della scatola c’è un’apertura. Alzo gli occhi: è vero, se riuscissi a raggiungerla sarei libera. Ma come potrei arrivarci? Stendo tutto il mio corpo verso l’alto, tendo le mie dita, mi spingo sulle punte dei piedi, ma non c’è niente da fare, è troppo alta e distante. So che se insistessi ancora un po’, se continuassi a sforzarmi, riuscirei a raggiungerla. Ma ancora, forse io non voglio uscire. Forse non ho più la forza per trovare quell’apertura.

E intanto, chi era intorno a me inizia ad andare via. Le voci si diradano, i corpi scompaiono. Pochi restano intorno a me, chissà ancora per quanto…


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3 risposte a “Scatola di vetro

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  2. Quanto ti capisco… Raggiungere gli altri (o meglio, lasciare che gli altri mi raggiungano) è un’impresa impossibile per me. Preferisco stare chiusa nella mia “scatola di vetro”, per quanto possa fare male: qui non ci sono sorprese, nè sofferenze, nè obblighi. Ci sono solo io e per quanto stia imparando ad odiare me stessa e il mio isolamento “autoforzato”, sono sicura che sia meglio che uscire allo scoperto e farmi odiare (o peggio, amare) da qualcun altro…
    Complimenti per l’ottimo post, hai una sensibilità invidiabile. Sei riuscita a toccarmi nel profondo. Ho solo un appunto da farti… Se c’è qualcuno che cerca di tenderti una mano, accettala. Soprattutto se è una persona davvero importante per te. O non ne uscirai mai… So che lasciarsi amare è difficile… Implica l’accettazione di sè e dell’altro, mostrare tutte le proprie debolezze, quasi “dipendere” da qualcuno e viceversa. Il consiglio dunque è questo: non lasciarti scappare l’occasione di essere felice, perchè molto probabilmente non tornerà. Un abbraccio, spero che tu riesca a uscire dalla tua “prigione” al più presto!

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    • Grazie per il commento e le bellissime parole, sei gentilissima come sempre. Purtroppo mi sento ancora rinchiusa in questa brutta situazione, ma ho accettato l’aiuto che mi veniva offerto, proprio come hai sottolineato tu, e mi sono lasciata amare e aiutare. Anche se non è sufficiente a tirarmi fuori dai problemi, è comunque un supporto fondamentale a cui non rinuncerei per niente al mondo. Grazie ancora per il tempo dedicato a leggere e commentare questo post. Un abbraccio anche a te, ti auguro il meglio 🙂

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