Prigioniera di me stessa

C’è un’enorme differenza tra paura e fobia. La paura è quella sensazione di inquietudine che provi fin da bambino, quando qualcosa ti spaventa e magari non sai come affrontarla. La paura è utile, utilissima; è il meccanismo automatico del nostro cervello per dirci che una certa situazione potrebbe finire male, per avvisarci di un pericolo, per metterci in guardia. Senza la paura, saremmo probabilmente tutti morti o gravemente feriti già durante l’infanzia, maneggiando coltelli affilati, buttandoci in avventure pericolose, attraversando la strada senza guardare, mettendo le dita nella presa elettrica. La paura è utile, ci mette in guardia dai pericoli e ci tiene al sicuro. La fobia, invece, è tutta un’altra cosa.

La fobia, al contrario della paura, non ha quasi mai una base razionale solida. La paura si basa su un timore logico: ho paura di toccare quella determinata cosa perchè non voglio bruciarmi, ho paura di saltare da quell’altezza, rischiando di cadere male e ferirmi, ecc. La paura ha sempre una base razionale, mentre la fobia è l’esatto opposto. La fobia ci spaventa a morte, ci fa diventare schiavi del nostro pensiero ossessivo, costringendoci a credere che ciò che ci spaventa è qualcosa di reale, mentre in realtà non è così.

Prendiamo, ad esempio, una persona che soffra di aracnofobia. Molto probabilmente, quest’individuo non teme solamente tarantole, vedove nere e altri ragni potenzialmente velenosi (questa sarebbe una paura, legata al pericolo reale), ma anche i ragni di dimensioni più ridotte e decisamente innocui. La fobia è irrazionale, ci fa perdere completamente la prospettiva di ciò che ci circonda e che temiamo. Ci fa fare di tutta l’erba un fascio e ci mette sulla difensiva non appena il problema si affaccia.

Finchè il problema sono i ragni, l’altezza o gli spazi stretti, si riesce la maggior parte delle volte ad evitare situazioni di pericolo, o almeno si incorre in meno occasioni. Ma cosa si può fare quando il centro della paura sono le persone? Cosa fare quando vivi in un mondo dove per fare quasi qualunque cosa è fondamentale e necessario avere una minima relazione sociale? O ti isoli dal mondo, decidendo di scomparire lentamente prima dal punto di vista psicologico ed emotivo, e poi dal punto di vista fisico, oppure sconfiggi la fobia.

Sconfiggere una fobia, però, non è come vincere una paura. Spesso per superare una paura basta affrontarla, facendo qualche cosa che ci dimostri di come, con un minimo di accortezza, il problema non sia grave quanto lo immaginavamo. Affrontare una fobia, invece, può essere controproducente se fatto nel modo sbagliato. Può addirittura ottenere l’effetto opposto. Essere affetti da una o più fobie vuol dire essere letteralmente schiavi del proprio cervello, del proprio pensiero, e non vedere in alcun modo delle vie di scampo.

Il pensiero razionale non esiste nella mente di chi soffre di una qualche fobia, è assolutamente annullato. Non sei tu a decidere per te stesso, è la tua fobia a decidere al posto tuo. Quando decidi, spinto da una vena di positività, di prendere le redini del problema e affrontarlo alla radice, tutto andrà in fumo non appena inizierai leggermente a vacillare. Quella minima oscillazione dei tuoi equilibri causerà il totale crollo di tutto quello a cui lavorato con così tanta fatica. E se si tratta di fobia sociale, è ancora peggio. Come presentarsi al mondo, come mostrarsi per ciò che si è? Come evitare di bloccarsi e chiudersi nel proprio piccolo guscio, che è sicuramente accogliente ma anche estremamente stretto e soffocante? Come trovare il modo di vivere la vita, invece di esistere e basta? Spingersi (o farsi spingere) non è mai la soluzione giusta.

Non conosco la risposta a nessuna di queste domande, ma la vorrei tanto sapere. Vorrei tanto avere l’impressione di andare avanti nella mia vita, di essere in costante miglioramento o progresso, mentre invece mi sembra sempre di essere allo stesso punto morto, bloccata qui da due anni. Bloccata dai miei pensieri, prigioniera di lacci di parole, stretta in una morsa di “Chissà cosa penseranno di me”. Vorrei tanto ci fosse una soluzione, un modo per spezzare queste catene ed essere finalmente libera. Mi sento come se avessi davanti a me un portone da cui filtra un raggio di luce. Non dista molto, tutto ciò che devo fare è liberarmi e raggiungerlo, e lì dietro troverò tutto ciò che in questo momento mi sto precludendo: la carriera dei miei sogni, il matrimonio che desidero ma che sembra sempre più impossibile da realizzare, i figli che voglio con estrema intensità.

Il portone non sarà lì per sempre. Ha un tempo limitato, proprio come me. E se non trovo un modo per rompere queste catene, la luce smetterà piano piano di filtrare da sotto la porta, e quando riuscirò finalmente ad aprirla, rischierò di trovare solo oscurità e solitudine. Ma per adesso, il mio cervello mi fa credere di star bene qua, da sola. “Insomma che male c’è?”, mi dice, “in questo modo non hai a che fare con le persone”. Allontano tutto e tutti, spaventata all’idea della loro opinione su di me e sul fatto di poter rimanere ferita, ancora di più di quanto io lo sia già.

Le catene entrano sempre più nella pelle, i lacci stringono sempre di più. A questo punto si tratta di scegliere quale tipo di sofferenza preferisco: voglio il dolore lancinante di una prigionia o quello sconosciuto e terrificante della ricerca della libertà?

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4 risposte a “Prigioniera di me stessa

  1. A volte basta solo fare un piccolo passo per stare meglio. Un cambiamento ne genera altri e piano piano si arriva a fare le cose in modo “naturale”. Quanto ti capisco… Sono anni che convivo con la fobia sociale: appena entravo in una stanza il mio unico pensiero era che dovevo scomparire, non farmi notare, perchè avevo paura che qualcuno mi rivolgesse la parola. Non prendevo mai l’autobus se era pieno e se si riempiva durante il tragitto ero costretta a scendere a causa degli attacchi di panico. Uscivo due ore prima da casa perchè avevo paura di arrivare in ritardo. Per quanto io mi renda conto ora di quanto siano irrazionali questi pensieri, il panico mi evitava di pensare lucidamente. Ho cominciato a riprendere le redini della mia vita quando ho accettato di farmi aiutare e piano piano, un cambiamento dopo l’altro, sto imparando a non avere paura. So che la vita spaventa, soprattutto quando percepisci solo persone ostili accanto a te, ma ti posso assicurare che è solo una tua impressione… Comincia ad uscire più spesso, a fare una passeggiata in un luogo affollato e tieni la testa alta, non scappare se qualcuno ti nota. Sorridi e goditi il tuo passo avanti. In bocca al lupo!

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    • Grazie mille, significa molto per essere capita in questo modo. Tutti comportamenti che hai elencato sono esattamente le stesse cose che faccio io, talvolta dopo mi sembra di avere la mente annebbiata, quasi come se non fossi stata io a compiere quelle azioni o a pensare quelle cose. Purtroppo al momento l’unico aiuto che accetto è quello del mio ragazzo, non saprei cosa fare e dove andare per un aiuto più concreto e senza che mi vengano semplicemente consigliati dei farmaci. Ti ringrazio come sempre per i tuoi commenti, grazie mille 🙂

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      • Tutto sta nello scegliere la persona giusta… Il tuo ragazzo è sicuramente paziente e gentile, ma non può darti un supporto duraturo e sfortunatamente non può aiutarti a guarire. Prova a rivolgerti ad uno psicoterapeuta, dal colloquio iniziale potrai capire i suoi metodi prediletti (e se sono farmaci, meglio rivolgersi a qualcun altro) e spiegargli cosa vorresti. Se dopo il colloquio conoscitivo ti sentirai di continuare, sarà tanto di guadagnato. Figurati, grazie a te per condividere una parte così importante di te stessa!

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      • Hai assolutamente ragione, è proprio quello che lui sta consigliando di fare da mesi ormai, devo solo farmi coraggio e decidermi. Mi fa piacere sentire anche la tua opinione, è sempre gradita 🙂

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